Marie Jean Antoine Nicolas Caritat era il marchese di Condorcet. Visse e morì nella seconda metà del Settecento a 51 anni, durante i quali fu matematico, economista, filosofo e politico. Illuminista e enciclopedico, risultò dalla parte dei girondini durante la Rivoluzione francese. Era contro lo schiavismo dei neri e a favore del voto femminile.
Il suo testo più famoso, che la moglie e poi la figlia fecero diffondere, è “Esquisse d'un tableau historique des progrès de l'esprit humain” (Quadro storico dei progressi dello spirito umano), pubblicato l’anno successivo alla sua morte nel 1795. È il suo testamento filosofico e la sua professione di fede nell’Illuminismo e nell'illimitata perfettibilità del genere umano. Per Condorcet la ragione coincide con il trionfo della civiltà e l'asservimento delle forze della natura all'Umanità.
C’è una frase di Condorcet particolarmente illuminante (trattasi di illuminista):
Non esiste alcun termine al perfezionamento della felicità umana…la perfettibilità dell’uomo è realmente infinita…i progressi di questa perfettibilità, ormai indipendenti da ogni potere che vorrebbe bloccarne il processo evolutivo, non hanno altro limite che la durata del pianeta in cui la natura ci ha messo.
Un progresso materiale dell’Uomo a dominio della Natura, infinito fino alla fine del Pianeta. È che a quel tempo il pianeta sembrava infinito per cui non era preoccupante porre un limite e l’America con le sue immense risorse faceva da sostegno a tale scenario. Ma anche lì il limite c’era; la frontiera americana che scivolava sempre più a ovest stoppò nel 1890, quando fu ufficialmente chiusa dal US Census Bureau.
Condorcet vide la Felicità umana crescere indefinitamente con la scienza e la tecnica. Lui non conobbe il dolore delle guerre mondiali e della stupidità globale del dopoguerra. Non vide la sofferenza propagarsi come il numero degli abitanti del Pianeta.
Il benessere e la felicità degli individui sembra non correre parallelo all’aumento della ricchezza, sia delle nazioni e sia degli individui, attraverso il “libero mercato” e ultimamente pare nemmeno riuscire a stabilizzarla.
La società dei consumi e del marketing ossessivo ha fatto crescere una cosa di sicuro: le aspettative e i falsi bisogni. E meno questi bisogni sono, per dirla alla Epicuro, naturali e necessari, meno sarà possibile soddisfarli. Se bere è naturale, bere il miglior vino del Mondo non è necessario, e ancora meno naturale e necessario sarà volere più ricchezze materiali e gloria e vanto. Un desiderio che difficilmente potrà essere soddisfatto e ciò provocherà infelicità.
L’esposizione al bisogno innaturale e non necessario ci rende più preda della infelicità.
Se i beni materiali si riducono, perché diventiamo poveri, disoccupati o vecchi, o malati, ecco che depressione e suicidi cominciano a crescere in parallelo. I dati che parlano di questo sono dappertutto, e poi ci sono studi sociologici, filosofici, sinanco artistici a conferma di ciò.
Il mondo ideale di Condorcet, quello che coincide con la felicità, sembra irraggiungibile.
Non potendo misurare la felicità (che è dentro la Costituzione Americana del 1776 e dove divenne un diritto di tutti) statisti ed economisti hanno misurato solo i beni materiali. Il Pil è dunque una misura non è improntata alla Felicità. Lui cresce ma la felicità sta da un’altra parte. È l’economia che è stata denominata “scienza triste” (dismal science) dallo scrittore inglese T. Carlyle.
Un senso di maggiore ansia mi sta prendendo ultimamente per diversi motivi.
L'uso indiscriminato del suolo per costruire innumerevoli e microscopiche casette di Paperino o inutili ed enormi strade e superstrade e autostrade e corridoi.
Le casette di Paperino si diffondono senza pianificazione, a sprawl, consumando suolo agricolo, mentre moltissime case rimangono vuote, a decadere anche nei centri urbani.
Troppe inutili auto private corrono dappertutto come impazzite, soprattutto da un centro commerciale all'altro, basi fondative delle necessità di nuove strade e autostrade ecc.
Non si saluta più, non si guarda più in faccia nessuno, tutti a digrignare i denti perchè il reddito non cresce abbastanza come quello del vicino.
E per finire sempre più spesso vedo gli “invisibili” ovvero i "poveri poveri" che sono anche tra i ricchi del pianeta. Forse sono diventata più attenta o forse loro sono aumentati di numero. Anziani che passano il pomeriggio a controllare tutti i prezzi per comprare due foglie di lattuga e un hamburger. Pantaloni lisi e scarpe consumate. Coppie di “giovani sessantenni” con vestiti da Caritas, che dopo aver visitato tutto il supermercato comprano due hamburger, mezzo litro di latte e un panino. Decorosi e dignitosi, non chiedono nulla, ma adesso si vedono sempre di più.
In un momento di risorse sempre più scarse, le risorse naturali da cui nasce sia la ricchezza degli individui come quella delle Nazioni, serve cambiare modo di misurare ricchezze e felicità.
Serve prendere atto che i limiti del Pianeta sono stati raggiunti, per il petrolio, ma anche per l’acqua e il suolo e l’aria. L’inquinamento non è più assorbito dall’acqua, l’aria non ne può più di gas serra e il suolo non può essere sventrato e impermeabilizzato come se potesse rigenerarsi con facilità.
Quando sono nata eravamo solo 3,5 miliardi, adesso siamo più del doppio (in meno di 50 anni), la maggior parte di questi esseri umani non infelici per troppi beni materiali, ma piuttosto per mancanza dei diritti primari all’esistenza decorosa. Eppure tutti parlano della crescita indefinita come unico modo di risolvere i problemi di tutti. Anche chi è stato fortunato ed è nato nei luoghi più ricchi della Terra non è felice, figuriamoci chi non ha diritto a nulla. Chi nasce ha diritto a vivere al meglio e non può fare da costituente le gallette verdi di Soylent Green.
La crisi che stiamo vivendo potrebbe essere l’occasione per ripensare i rapporti tra noi umani e i rapporti di noi umani con il Pianeta. Oppure la fine, l’estinzione di una razza poco saggia è assolutamente prevedibile.
