
La terra non appartiene all'uomo, bensi' e' l'uomo che appartiene alla terra.
Lettera del capo indiano Seattle al presidente Usa Franklin Pierce
È la prima dichiarazione ambientalista che si conosca.
Il primo concetto di “sostenibilità” scritto e declamato.
Nel 1972 nacque il Club di Roma che produsse il celebre “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, meglio conosciuto come “Rapporto Meadows”, dal nome del professore del MIT che ne fu il co- autore.
Nell’aprile del 1968, un piccolo gruppo internazionale di professionisti provenienti dai campi della diplomazia, dell’industria, dell’accademia e della società civile si incontrarono in una villa di Roma, invitato dall’industriale italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King. A questo gruppo di professionisti fu chiesto di trattare il tema della crescente preoccupazione internazionale del consumo di risorse. Il rapporto Meadows mise a fuoco tali preoccupazioni e iniziò a dare qualche risposta. Nel 2008, dopo 40 anni dal primo Rapporto, il club di Roma ha
redatto un altro Rapporto “Una nuova strada per lo sviluppo internazionale” con uno spirito ancora più preoccupato sulle sorti del pianeta Terra.
Il pianeta non è infinito, e nemmeno le sue risorse, anzi lo sfruttamento depredante nato con la Rivoluzione industriale aveva cominciato a dare i suoi frutti marci, con inquinamento, carenza di risorse rinnovabili e una marea gigante di rifiuti.
Prima della Rivoluzione industriale, gli uomini ebbero il senso della scarsità, della limitatezza delle risorse rispetto alla portata delle proprie necessità. Tutto quello che era disponibile doveva essere usato, e nulla o quasi andava sprecato. Le tecnologie erano limitate e dunque i prelievi dalla natura erano altrettanto limitati, e il riuso di ciò che si aveva era una necessità. Il concetto di rifiuto è nato con la Rivoluzione Industriale, quando il ciclo della materia, l’uso delle risorse si è staccato dal senso profondo della Natura per collegarsi invasivamente alla rendita finanziaria e al profitto.
La Rivoluzione Industriale, cominciata alla fine del Settecento, ha fatto entrare l’umanità in un’altra logica, quella dello sfruttamento e dell’uso apparentemente illimitato di risorse rinnovabili. L’evoluzione delle tecniche ha permesso di andare sempre più veloci, sempre più in profondità.
Bastava scoprire e sfruttare. Ecco perché i rifiuti che crescevano parallelamente a una urbanizzazione selvaggia e desertificante sono diventati immondizie, fastidio. Il prefetto Poubelle impose a Parigi nel 1884 l’uso del bidone della spazzatura, per nascondere, sotterrare, o in ogni caso distruggere. Sparirono boschi, foreste e campi e relative creature animali ivi viventi, iniziò la desertificazione.
Serviva un controllo da parte dei Governi, leggi che proteggessero l’ambiente.
Nella ricca e florida Europa ci si ricorda ancora come sono nate le normative antinquinamento, a protezione dell’ambiente?
Emblematico fu il caso di Londra nel 1952, noto come "The Great Smog of London": dal 5 all’8 dicembre 1952, grazie anche alla presenza di una particolare condizione meteorologica denominata “inversione termica”, la capitale britannica fu avvolta da una coltre di smog che provocò la morte di 4000 persone in una sola settimana e alla fine il conto portò al numero altissimo di 12000 persone.
"Lo smog arrivò ovunque. A teatro la Traviata venne interrotta dopo il primo atto perché nella sala non si vedeva nulla, la gente camminava appoggiata ai muri non solo in strada ma perfino negli ospedali. In alcuni quartieri la nebbia era talmente fitta che le autorità consigliarono ai genitori di non uscire di casa insieme ai figli, c´era il rischio di perderli."
La risposta governativa fu il famoso Clean Air Act del 1956. Londra adesso è pulita.
Negli anni sessanta sorse il movimento ambientalista, annunciato dal libro del 1962 “Silent Spring” di Rachel Carson e sulla cui scia si inserì il Club di Roma.
L’allarme inquinamento e scarsità di risorse si amplificò negli anni successivi. I paesi industrializzati cominciarono ad analizzare gli effetti sinergici di incremento demografico globale, inquinamento, consumismo e scarsità di risorse. I paesi in via di sviluppo divennero il bidone delle immondizie dei paesi ricchi e contemporaneamente la loro riserva di risorse, facendo si che in questi paesi, poveri, privati delle risorse elementari quali per esempio l’acqua, credessero che solo la crescita economica e lo sviluppo potessero rispondere alla richiesta di miglioramento delle loro condizioni di vita.
La prima presa di coscienza della necessità di valutare i limiti del pianeta e quindi quelli della razza umana apparvero con la Commissione mondiale delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, la cosiddetta Commissione Brundtland (1987) che per due anni lavorò per provare a risolvere il conflitto fra tutela dell'ambiente e sviluppo economico. La commissione giunse alla conclusione che l'approccio allo sviluppo avrebbe dovuto mutare e divenire sostenibile, ovvero:
"Lo Sviluppo sostenibile è uno sviluppo che risponde alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie necessità"
Un’altra definizione “storica” fu quella formulata nel 1991 in “Caring for the Earth: A Strategy for Sustainable Living”:
“Lo Sviluppo sostenibile è il soddisfacimento della qualità della vita, mantenendosi entro i limiti della capacità di carico degli ecosistemi che ci sostengono”
Nello stesso anno Herman Daly ricondusse lo sviluppo sostenibile a tre condizioni generali concernenti l'uso delle risorse naturali da parte dell'uomo:
· il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore al loro tasso di rigenerazione;
· l'immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell'ambiente non deve superare la capacità di carico dell'ambiente stesso;
· lo stock di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo.
Tale definizione risulta essere la più usata perché meno antropocentrica e più oggettiva. Non a caso è anche riportata nel Rapporto Finale del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) del 18 maggio 2005 denominato “Indicatori per lo Sviluppo Sostenibile”.
La Conferenza di Rio de Janeiro o UNCED (United Nations Conference on Environment and Development, del 3-14 giugno 1992 stilò una Dichiarazione composta da 27 principi che delineò ulteriormente il concetto di Sviluppo Sostenibile, integrando i temi dello sviluppo (economico-sociale) e dell’ambiente.
Nel 1994, l'ICLEI (International Council for Local Environmental Initiatives) fornì un'ulteriore definizione di sviluppo sostenibile:
“Sviluppo che offre servizi ambientali, sociali ed economici di base a tutti i membri di una comunità, senza minacciare l'operabilità dei sistemi
naturali, edificato e sociale da cui dipende la fornitura di tali servizi”.
Nel 2001, l'UNESCO ampliò il concetto di sviluppo sostenibile indicando che "la diversità culturale è necessaria per l'umanità in quanto la biodiversità per la natura (...) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale". (Art 1 e 3, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, UNESCO, 2001).
Il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile o WSSD (World Summit on Sustainable Development) tenuto a Johannesburg, in Sud Africa, dal 2 al 4 settembre 2002 integrò le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile, lo sviluppo economico, lo sviluppo sociale e la protezione ambientale.
Il Codice dell’ambiente, ovvero il Decreto Legislativo 152/2006 e successive modifiche, all’articolo 3-quater, parte prima, definisce lo sviluppo sostenibile ciò che garantisce il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future, nella prospettiva di salvaguardare il corretto funzionamento e l'evoluzione degli ecosistemi naturali dalle modificazioni negative che possono essere prodotte dalle attività umane.
Come si può notare lo sviluppo sostenibile o la sostenibilità prevede sempre una crescita economica o almeno una sua stabilizzazione che corra parallelo alla protezione dell’ambiente. Ma la crescita indefinita mi ricorda il cancro maligno, perché tutto il resto su questo pianeta nasce cresce e muore, sostituendosi energeticamente con altre forme.
Questa teoria di sviluppo sostenibile come continua crescita ha trovato forti oppositori, primo tra tutti Serge Latouche, economista e filosofo francese, professore di Scienze economiche all'Università di Parigi che sostiene:
“Sviluppo sostenibile” sostiene che tale frase sia un’impostura, un ossimoro come dire - una luce oscura - dal momento che lo sviluppo, che l'unico sviluppo che noi conosciamo, è quello che è sorto nella seconda metà del 700 in Inghilterra, dalla rivoluzione industriale e cioè una guerra economica contro gli uomini e degli uomini contro la natura. E' impossibile chiedere allo sviluppo di essere "sostenibile", è contro la sua stessa sostanza.
Latouche è uno degli avversari più noti della occidentalizzazione del Pianeta e un sostenitore della decrescita conviviale e del localismo.
Anche Paul Hawken con il suo libro “Blessed unrest” (tradotto in Italia come “Moltitudine inarrestabile”) parla di sostenibilità, e lo fa delicatamente, dicendo che lo sviluppo sostenibile è dove non cresce la quantità di beni ma la capacità di goderne, e parla della “risposta immunitaria del pianeta” composta dagli attivisti ambientali, da chi si comporta con giudizio e buon senso e rispetta l’ambiente. Da tutti noi. Se riusciamo a ritrovare il libretto delle istruzioni dell’utilizzo del pianeta dove pare che si dica “non avvelenare l’acqua, il suolo, l’aria e non toccare il termostato”, saremo salvi.
E lui è ottimista.
